MokaByte 127 - Marzo 2008

Editoriale

Ai confini dell’impero, dove abito, a volte la web radio che ascolto abitualmente si blocca per problemi di banda (i tecnofili sanno che è un problema di buffer); in certi casi saltella un po’ come facevano i vecchi vinili quando sobbalzava la puntina per colpa di polvere o graffi.
È un fenomeno fastidioso ma che fornisce spunti interessanti interessanti di riflessione, accanto alla nostalgia per le cose del passato, in un mondo dove ormai siamo completamente e continuamente interconnessi, interlacciati, superveloci e condivisi.

Per contrasto, proprio in questi giorni, in redazione, stiamo provando Google Apps, un servizio che incarna una tendenza dominante del Web 2.0: ai classici calendar, documents, spreadsheet, aggiunge una gestione di gruppo che, almeno nelle intenzioni, potrebbe essere particolarmente utile per organizzare le scadenze editoriali e coordinare i vari articolisti. Per il nostro workflow, gli articoli previsti, numero per numero, sono organizzati in un foglio elettronico, le note e gli appunti sui temi caldi sono in un documento di testo, le scadenze per le consegne e la pubblicaione stanno nel calendar, le liste di messaggi permettono la comunicazione al gruppo e tutti sono aggiornati, sincronizzati, allertati al momento giusto.
Pur essendo ipercritico e avendo una naturale tendenza al sarcasmo, non amo assolutamente fare il disfattista: ho sempre cercato di avvicinarmi al Web 2.0 con spirito critico ma senza farmi irretire da chi parla di flop 2.0 o vede problemi dappertutto. Il Web 2.0 è certamente una cosa fantastica (ne abbiamo parlato a lungo anche nel nostro magazine); ma proprio l’esperienza fatta in questi giorni con GoogleApps mi dà quasi la conferma che, perlomeno per fare enterprise management, il Web 2.0 non è adatto o, più semplicemente, non è ancora maturo.

Una delle indicazioni del Web 2.0 dice che tutto deve essere semplice e automatico (pertanto occorrerebbe semplificare al massimo il processo di gestione di login): Google si è fatto portatore di questa filosofia (immetti la tua e-mail e sei un utente). Fino a che tutto funziona, siamo tutti felici. Ma se si prova a usare in un contesto reale il sistema (nel workgrouping spesso accade di avere più account, profilazioni, indirizzi e-mail diversi per fare cose diverse) si entra in un vortice di lock e vincoli che ti inducono a considerare migliore una sana e corretta gestione della profilazione utente, vecchio stile.
Alla fine ci siamo trovati con il mio account Google bloccato, il preesistente calendario "personale" delle mie attività lavorative fagocitato da quello "comune" dell’account di Apps, e due utenti che ballavano in deadlock (l’abbraccio mortale appunto). Il nervosismo 2.0 si è impossessato di noi, anche a causa della scarsa usabilità di questi strumenti, paragonabile a quella di un blocco di ghisa (e da questo punto di vista Google è migliore di altri in quanto a usabilità).
Sia ben chiaro: con questo non voglio certo dire che Google Apps sia un prodotto pessimo; ma certo molto ancora deve essere fatto. Mi sorge il dubbio sul perche' alcune cose non sono ancora state messe a punto: sarà tanto difficile creare un buon sistema di profilazione per chi è stato capace di creare uno foglio di calcolo simil-Excel web-based?
Sono convinto che il Web 2.0 mostrerà cose grandiose fra qualche tempo (pensiamo ai software per professionisti, commercialisti e medici, integrati con blog, RSS, CMS etc.), ma sono stupito delle evidenti carenze mostrate in contesti che fino a ieri tutti consideravano strategici, e che oggi, in onore del 2.0 siamo disposti a considerare con occhi meno critici, dimenticando alcune importanti "lessons learned".

Forse la strada che si vuole percorrere è indirizzata verso nuove direzioni dove non è poi così importante gestire utenti, ruoli, profilazione e sicurezza? Oppure tutto questo è preludio di una rivoluzione nella gestione di questi aspetti, e noi ancora non vediamo dove ci porteranno Goolge & C?

Giovanni Puliti

 

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